Presentazione del quaderno “le carte segrete di Carlo Bocchi”

Ha suscitato grande interesse la presentazione delle Carte segrete di Carlo Bocchi; al numeroso pubblico intervenuto sono state illustrate le informazioni offerte dal volume. Il prof. Antonio Giolo ha spiegato perché “carte segrete”: si tratta di manoscritti conservati presso il Ginnasio, come tutta l’eredità Bocchi, e mai fatti oggetto di studio. Il Consiglio di Amministrazione ha voluto conoscerne il contenuto affidando all’archivista dott.ssa Manuela Sgobbi la ricerca. Ne sono scaturite delle notizie inedite. Il direttore dell’Archivio di Stato di Rovigo, dott. Luigi Contegiacomo, ha spiegato come i 45 fascicoli manoscritti fossero parte di una raccolta molto più ampia e certamente divisa fra vari componenti della famiglia Bocchi; lo si capisce dalla numerazione incompleta e dal fatto che a volte si tratta di copie, autenticate da un notaio, poiché dei documenti venivano fatti più esemplari per le diverse famiglie, per legittimare il patrimonio, nei casi di eredità. Nelle carte si riscontrano legami tra i Bocchi e altre importanti famiglie quali i Grotto, i Guarnieri, i Casellato, i Labia, i Grimani, gli Zen, i Molin, gli Estensi Tassoni. Si trova conferma dell’esistenza a Venezia dell’istituto della schiavitù ancora nel 1600.

La dott.ssa Sgobbi ha illustrato i manoscritti, descrivendone le tipologie: i contratti di matrimonio, i testamenti, le cause giudiziarie. Si è soffermata sull’elenco dei libri di Zuanne Bocchi del 1624, consistente in ben 350 titoli, biblioteca decisamente sorprendente per l’epoca: libri di vario genere, con prevalenza di soggetti religiosi e giuridici. Ma il momento di maggior attenzione e coinvolgimento del pubblico c’è stato con la lettura, fatta con grande maestria da parte di Monica Stefani, delle carte del processo ai protagonisti della rivolta del 1665. Una rivolta causata dall’imprigionamento del sacerdote Bartolo Cimante che girava armato contravvenendo a un divieto delle leggi della Serenissima. Per tre giorni Adria è stata in mano ai rivoltosi che hanno assaltato il carcere e liberato il Cimante e assediato nel palazzo comunale gli “officiali”, suonando le campane e occupando la piazza. Le condanne furono durissime: cinque capi della rivolta, fra cui quattro Bocchi, Bellin, Fabricio, don Francesco e don Agostino Bocchi, e il nobile Lovati, subirono la condanna a morte. Per fuggirla si rifugiarono in territorio ferrarese, rimanendo banditi da tutti i territori della Serenissima. Solo uno dei rivoltosi, Francesco Brancalion, dopo un processo separato, fu impiccato in piazza San Marco e appeso per una caviglia. Dovevano, inoltre, essere confiscati i beni dei sediziosi, le loro case dovevano essere abbattute e al loro posto essere eretta una colonna a ricordo dell’infamia. Dell’abbattimento delle case non ci sono prove. I figli dei Bocchi banditi tornarono poi in città e ricostruirono le loro fortune.

L’animosità della rivolta forse si spiega non solo col caso dell’arresto del Cimante, ma anche per un sentimento di insofferenza verso i reggitori della città imposti da Venezia.

Di questa rivolta non vi è memoria poiché i Bocchi, pur avendo scritto molto sulla storia della città, non ne fecero mai cenno.

 

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